di Andrea Marin
Attualmente più del 50% della popolazione mondiale vive in aree urbane, ma il trend dice che entro il 2050 questa percentuale continuerà ad aumentare fino a toccare il 70%. Questo dato da solo ci fa capire quanto le sfide che ci attendono nel futuro dovranno giocoforza venir calate nel contesto urbano. Tra le criticità su cui più frequentemente si dibatte quella relativa ai cambiamenti climatici tocca in maniera molto significativa chi risiede nelle città: basti solo banalmente pensare ai disagi causati dalle isole di calore urbane e all’aumento vertiginoso dei costi di energia elettrica per raffrescare gli ambienti. Una delle più frequenti ed usuali contromisure, che può valere sia come mitigazione degli effetti che come contrasto ai cambiamenti, è quello di piantare sempre più alberi e aumentare gli spazi verdi. Premesso che è un tipo di misura che va visto sicuramente con favore, preme però sottolineare che spesso viene troppo trascurato il tema dell’acqua che senza venire adeguatamente considerato rischia di rendere molto meno efficaci gli investimenti.
Ad aiutare a capire l’importanza di questo aspetto è giunto nel 2007 il lavoro di un team slovacco composto da ingegneri, matematici e naturalisti che con la guida dell’ing. Michal Kravčìk ha pubblicato “Water for the Recovery of the Climate – A New Water Paradigm” a conclusione di uno studio che ha dimostrato la necessità di un cambio di paradigma nella nostra visione nel rapporto con l’acqua, soprattutto nei contesti urbani: un vero e proprio cambio di mentalità indispensabile come substrato per fare attecchire tutti gli altri interventi a partire dall’ampliamento del verde urbano fino all’auspicata riduzione delle emissioni climalteranti. La pubblicazione è stata tradotta in italiano nel 2021 a cura del CISBA (Centro Itaiano Studi di Biologia Ambientale) come supplemento al numero 21 della rivista “Biologia Ambientale” e con la quale il suo curatore, il compianto studioso trentino Maurizio Siligardi, ha portato all’attenzione italiana la questione di una nuova e innovativa gestione del ciclo dell’acqua.
Lo studio parte infatti proprio dalle considerazioni sullo stato di salute del ciclo dell’acqua, quello che impariamo a conoscere a scuola fin dalle elementali, con l’acqua che evapora dal mare, si condensa nelle nuvole, cade come pioggia e fluisce nuovamente verso il mare attraverso i fiumi. Viene spiegato che questo grande ciclo è composto in realtà da tanti piccoli cicli che su scala inferiore fanno girare questo meccanismo come degli ingranaggi.
Nei contesti urbani di norma tutto è pensato per fare in modo che la pioggia che cade venga allontanata il prima possibile: tetti, grondaie, fognature, assieme alla sempre più estesa impermeabilizzazione del suolo, non fanno altro che rendere le nostre città estremamente povere di acqua.
Il ciclo naturale dell’acqua è sostituito da un flusso che scorre nei tubi che la porta alle nostre case e poi la allontana. In sostanza è come se a quel grande ciclo avessimo tolto degli ingranaggi; il ciclo funziona lo stesso, ma in maniera più lenta e meno efficace, soprattutto su scala locale. Nelle nostre città abbiamo in questo modo svuotato il serbatoio di acqua più vasto a nostra disposizione: il sottosuolo. La conseguenza è sia un concorso di colpa nella genesi dei cambiamenti climatici con fenomeni sempre più estremi, sia una mancanza delle azioni efficaci a mitigarne le conseguenze. In un suolo cittadino povero di acqua infatti gli alberi nei periodi più caldi non trovando sufficiente risorsa idrica con le loro radici e per evitare il disseccamento sono costretti a chiudere i piccoli fori che hanno sotto la superfice delle foglie, gli stomi, che servono a permettere gli scambi gassosi con l’atmosfera; di conseguenza rallentano di molto o addirittura interrompono la fotosintesi.
Nei periodi più caldi e soffocanti dell’anno ci troviamo quindi, proprio nel momento in cui ne avremo più bisogno, con la riduzione drastica del fenomeno di evapotraspirazione del vapore acqueo che genererebbe l’effetto di climatizzazione e raffrescamento naturale e contemporaneamente con l’assenza quasi completa dell’assorbimento da parte della vegetazione dell’anidride carbonica, motivo per il quale si sta investendo nella piantumazione di nuove alberature.
Quanto considerato qui in estrema sintesi è alla base del moderno concetto della “città spugna”, una serie di infrastrutture basate sulla natura come tetti verdi, giardini pluviali, pavimentazioni permeabili, zone umide, parchi e interventi di depavimentazione che fanno in modo che il tessuto urbano sia in grado di assorbire acqua quando ce n’è in abbondanza e ce la restituisca quando ne abbiamo più bisogno.
Diventa in questo modo una strategia che consente contemporaneamente di limitare i danni causati dalle bombe d’acqua grazie ad un maggiore assorbimento dell’acqua piovana, sia di creare una riserva per dare sostentamento alle infrastrutture verdi che rendono le nostre città più belle, vivibili e sostenibili.
La sinergia di queste azioni diventa poi un fondamentale alleato per aiutarci a ridurre l’accelerazione del riscaldamento globale. Molto sta nel cambiare la nostra visione del ruolo dell’acqua all’interno delle nostre città e ad imparare a tutelare e rispettare quella importante aliquota di risorsa idrica che non vediamo e che sta sotto i nostri piedi.

Andrea Marin
Impiegato Tecnico
Naturalista prestato all’idrologia assumendo la figura di idrobiologo sia in passato nella pubblica amministrazione e come libero professionista, sia attualmente all’interno di una società udinese che si occupa di valutazioni e monitoraggi ambientali.
Impegnato in varie realtà locali legate al terzo settore e alla cittadinanza attiva



