L’informazione manipolata: la più pericolosa arma dei conflitti moderni

8 Marzo 2026

Buongiorno a tutti.

Permettetemi di iniziare questo mio intervento rivolgendo un ringraziamento sentito a Europa Radicale e all’Associazione Ucraina-Friuli. È per me un vero onore essere qui oggi, in continuità con la preziosa collaborazione che ci ha già visti lavorare fianco a fianco in passato. E assume un significato ancora più profondo farlo ricordando un luogo e un nome dal forte valore simbolico, quello del Parco Anna Politkovskaja. Un nome che ci richiama al coraggio della verità. Un nome che io e la Presidente Viktoria Skyba abbiamo concordato dovesse essere dedicato alla nuova area verde in via Pasolini. Una proposta che ha trovato l’accoglimento di tutta l’amministrazione comunale.

 

Viviamo un momento storico in cui non sono ammesse ambiguità o zone d’ombra. Oggi è il tempo della chiarezza. È il tempo di avere il coraggio di discernere, con assoluta onestà intellettuale, tra chi è l’aggressore e chi è l’aggredito.

È il tempo di affermare, senza tentennamenti, che la guerra non può e non deve mai più essere considerata uno strumento accettabile per la risoluzione dei conflitti. Questo non è solo un nostro auspicio, ma è un principio fondativo del nostro vivere civile: la nostra stessa Costituzione, all’articolo 11, usa un verbo fortissimo e inequivocabile. Ci dice che l’Italia ripudia la guerra.

Tuttavia, dobbiamo essere altrettanto lucidi nel comprendere la realtà che ci circonda. Questo nostro profondo e radicato desiderio di pace non cancella, e non inficia in alcun modo, il sacrosanto diritto di un popolo a difendersi. Di fronte all’aggressione brutale, all’invasione e alla violenza praticata sulla propria pelle, la legittima difesa non è un’opzione: è un diritto inalienabile per chiunque lotti per la propria libertà, per la propria democrazia e per la propria stessa sopravvivenza.

 

Oggi ci ritroviamo qui in Sala Ajace, un luogo che per Udine rappresenta il cuore della partecipazione civile, la sede del Consiglio comunale. Ma il dossier che viene presentato oggi, significativamente intitolato ‘La Peste Putiniana’, ci avverte che quella partecipazione è sotto attacco.

Se oggi vi chiedessi qual è l’arma più pericolosa in un conflitto moderno, molti di voi penserebbero a missili ipersonici o droni d’attacco. Ma c’è un’arma più sottile e pervasiva: l’informazione manipolata.

 

Oggi non si bombarda solo il territorio, si bombarda la percezione della realtà. Perché in un mondo iperconnesso come quello odierno la realtà vera, materiale, spesse volte si trova sullo stesso piano della “rappresentazione della realtà” e i due piani spesso si confondono. E nessuno, negli ultimi vent’anni, ha perfezionato quest’arte di “rappresentazione” – potremmo dire di “confusione” o di “mistificazione” – quanto il Cremlino di Vladimir Putin. Ma attenzione: capire la disinformazione russa non serve solo a fare analisi geopolitica in modo più accurato; serve a capire come proteggere la nostra capacità di pensare liberamente.

La strategia russa non è quella della ‘vecchia’ propaganda del ‘900, che cercava di convincerti che il regime fosse perfetto. È una strategia di propaganda che oggi non funzionerebbe bene tanto quanto decenni fa, la gente la riconoscerebbe.

Oggi la condizione è diversa e infatti oggi parliamo di “peste putiniana”. Ma perché chiamarla ‘peste’? Perché la disinformazione russa non è solo un’opinione diversa; è un agente patogeno. Non ha bisogno di convincervi subito di una tesi: le basta infettare il dubbio, viaggiare attraverso i nostri contatti social e indebolire il sistema immunitario della nostra democrazia.

La strategia russa è quella del cosiddetto “idrante di bugie”. L’obiettivo non è farci credere a una singola menzogna, ma stordirci con cento versioni diverse dello stesso fatto.

 

Faccio degli esempi: lo abbiamo visto con l’abbattimento del volo MH17 o con le atrocità di Bucha. Cosa abbiamo visto? Negazioni spudorate (Gaslighting) e accuse dirette ad altri (Whataboutism).

È il classico ‘E allora gli altri?’. Se accusi Mosca di violare i diritti umani, la risposta sarà: ‘E allora quello che hanno fatto gli americani in Iraq?’. Non è una difesa nel merito, è un modo per annullare la morale e dire che, siccome tutti sbagliano, nessuno ha il diritto di giudicare. Tutto viene messo sullo stesso piano e in tal modo, tutto si annulla.

È dire che le atrocità di Bucha sono ‘messe in scena da attori’ nonostante le immagini satellitari mostrino i corpi nelle strade da settimane.

 

Quando il cittadino finisce per dire: ‘Non si capisce niente, mentono tutti’, la disinformazione ha vinto. Ha creato un deserto di verità dove solo i più forti o i più rumorosi possono dominare.

Non dimentichiamo che queste narrazioni sono amplificate da migliaia di profili falsi. Se vedi lo stesso commento ripetuto mille volte, il tuo cervello inizia a pensare che sia ‘l’opinione della gente’. Non lo è: è un algoritmo.

La democrazia è basata sui fatti, fatti su cui poi costruiamo le nostre opinioni: se però non concordiamo più su cosa sia vero e cosa sia falso, non possiamo più discutere. La disinformazione polarizza, divide le famiglie e distrugge il tessuto sociale. Appiattisce o annulla la discussione in un grande blob. Perché senza una base comune di fatti condivisi, la democrazia smette di funzionare. Diventa solo uno scontro tra tifoserie, alimentate da algoritmi. Pensate anche solo ai “troll da tastiera” che si trovano spesso sotto i post dei giornali italiani.

 

Il dossier di Europa Radicale analizza come questa guerra ibrida colpisca l’Italia e la nostra regione. Il Friuli-Venezia Giulia è una terra di confine, di logistica e di scambi.

La propaganda qui non arriva sempre con i colori della Russia; spesso arriva cavalcando le nostre paure legittime: il costo dell’energia, le difficoltà economiche, il timore per il futuro. Cerca di convincerci che il sostegno all’Ucraina sia la causa dei nostri mali, cercando di rompere quella solidarietà che proprio qui, tramite l’Associazione Ucraina-Friuli, vediamo manifestarsi ogni giorno concretamente.

Ma oggi non siamo qui solo per analizzare un problema, siamo qui per una ‘nuova resistenza civile’. Una resistenza che si nutre di competenze diverse.

 

Resistenza civile significa non farsi megafono di notizie non verificate. Significa avere il coraggio della complessità contro la semplicità violenta degli slogan. Non essere “vittime passive”.

Come ci difendiamo? Non serve diventare esperti di intelligence. Serve recuperare tre strumenti umani:

La pazienza: non condividere nulla sull’onda dell’emozione, della rabbia o della paura.

La verifica: chiedersi sempre ‘Chi lo dice? Quali prove porta? Come fa a saperlo?’.

L’umiltà: accettare che la realtà è spesso complessa e non si riassume in un post di dieci parole. Frenare l’attitudine – fisiologica per certi versi – ad andare a cercare la conferma dei nostri pensieri ma invece sviluppare l’attitudine di andare a cercare la conferma o meno dei fatti, su cui poi costruire i nostri pensieri.

 

Concludo con un pensiero: la libertà di cui godiamo in questa sala non è scontata. Chi diffonde la ‘peste’ della disinformazione vuole che diventiamo cinici e indifferenti. Noi rispondiamo con la vigilanza.

Il dubbio è un segno di intelligenza quando è spirito critico, ma quando deriva da una confusione generalizzata alimentata dalla disinformazione conduce al cinismo totale. E questo è il miglior regalo che possiamo fare a chi vuole manipolarci. Restiamo lucidi, restiamo uniti, restiamo europei. Slava ukraini. Grazie.

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