Il mio viaggio di fine anno tra Boemia e Baviera non è stato solo una scoperta delle meraviglie europee, ma anche un necessario pellegrinaggio nel cuore buio del nostro continente. Tra le luci delle feste, ho sentito l’urgenza di fermarmi lì dove la tragedia del Novecento è stata prima concepita, poi attuata e infine giudicata: a Monaco, davanti all’ex sede del partito nazista, e a Norimberga, tra le gradinate spettrali dello Zeppelinfeld e l’aula del tribunale che ha processato il male.
In questi giorni è nelle sale il film Norimberga. Nonostante un Russell Crowe eccezionale, personalmente non ho trovato il film incisivo quanto la realtà impone. Manca, a mio avviso, quella profondità che si respira solo andando “alle fonti”. Mai come oggi, in un mondo scosso da venti di guerra e instabilità geopolitica anche nel cuore profondo del nostro occidente, è fondamentale tornare fisicamente e mentalmente nei luoghi della storia. Non basta la fiction: serve la testimonianza.
LA DOMANDA CRUCIALE: COME SI DIVENTA CARNEFICI?
Camminando per quei luoghi, ho riflettuto su quanto sia urgente spostare il focus della nostra analisi e di dove sono abituati ad andare i nostri pensieri. Spesso ci limitiamo alla sacrosanta celebrazione delle vittime, o peggio, c’è chi scivola quasi in una fascinazione narrativa per i carnefici (un rischio che, a mio avviso, anche un certo cinema corre). Ma la vera domanda, quella che fa tremare i polsi e che dobbiamo porci per non cadere in nuove trappole, è: come si diventa carnefici?
È qui che torna, potente, la lezione sulla “banalità del male”. Dobbiamo studiare il meccanismo, l’ingranaggio psicologico, morale e burocratico che trasforma un cittadino proprio come noi in uno sterminatore. Solo capendo questo processo possiamo disinnescarlo nel presente. E questo disinnesco passa, inevitabilmente, per la qualità del nostro discorso pubblico.
LA LEZIONE TEDESCA E I NOSTRI CONTI CON LA STORIA
Vedere come la Germania ha fatto (e sta continuando a fare) i conti con il proprio passato – un percorso doloroso, mai finito e sempre da rinnovare – mi ha colpito profondamente. Lì la memoria è tangibile, strutturata, fatta di tante persone che nei luoghi si informano, si interrogano, si guardano negli occhi. E noi? Noi italiani abbiamo fatto davvero i conti con il nostro passato per evitare che le tragedie si ripetano? Dove sono i nostri luoghi di insegnamento civile?
Eppure, nemmeno in Germania il vaccino è eterno: con l’AfD al 20%, è evidente che la democrazia e la convivenza non sono conquiste acquisite per sempre, ma edifici fragili che vanno manutenuti ogni giorno da ciascuno di noi. La storia non fa sconti.
QUI E ORA: IL LINGUAGGIO DELLA POLITICA E LO SPAZIO PUBBLICO
Tutto questo si collega drammaticamente al nostro presente, e sì, penso anche al nostro contesto locale. C’è bisogno di stigmatizzare chi avvelena i pozzi della discussione pubblica: l’agone politico, anche qui a Udine, avrebbe molto da imparare da una riflessione storica seria e da un dibattito che si sviluppi sugli argomenti non sul tono di voce. Quando il linguaggio si degrada, la violenza si avvicina.
Una società di individui estraniati, che non si riconoscono l’un l’altro, è il presupposto del disinteresse e, in ultima analisi, della violenza (e pertanto anche della guerra) come soluzione accettabile. Noi, qui, a casa nostra, in città, come facciamo per evitarlo? Io credo che una parte importante della risposta stia nel lavorare per costruire spazi pubblici che creino legami, luoghi da “abitare” e non solo spazi da “attraversare” il più velocemente possibile.
UNO SGUARDO A OVEST E A NOI: IL MONITO PRESENTE
Guardando alle gravi criticità democratiche che attraversano oggi uno dei paesi cuore della democrazia occidentale come gli Stati Uniti, qualcosa di impensabile anche solo fino a poco tempo fa, il monito di Norimberga si fa più vivo che mai. Penso, ad esempio, all’inquietante normalizzazione delle attività di agenzie come l’ICE: vedere la macchina statale che si organizza per rastrellare, detenere e separare famiglie con efficienza burocratica, trattando gli esseri umani come pura logistica di scarto, ci svela come la persecuzione possa essere travestita da procedura amministrativa, mascherando la disumanizzazione in qualcosa di accettabile e “legale”. Non può essere così.
Il futuro non è scritto e non è dato: lo costruiamo noi, con la nostra capacità di ragionare in modo laico, di mantenere civile il confronto e di restare umani di fronte ai meccanismi del potere per il potere.











