Vi scrivo con il naso rosso dal freddo, avvolto nella sciarpa, mentre percorro le strade della Baviera, dopo aver attraversato Austria e Boemia.
I miei amici, quando vanno in vacanza, guardano i monumenti, le vetrine, i paesaggi. Io invece guardo anche i marciapiedi. Guardo l’altezza dei cordoli, conto le panchine, osservo come la gente attraversa la strada e come gli alberi si inseriscono nel tessuto urbano. Guardo come i genitori spingono i passeggini senza fatica, guardo come le bici sfrecciano sicure accanto alle auto, guardo come il verde non sia un arredo, ma un polmone dentro i quartieri. Lo ammetto: è una deformazione professionale, forse un po’ da nerd, ma è il mio modo di leggere il mondo.
E sapete cosa vedo qui, nel cuore dell’Europa? Vedo città che non hanno avuto paura.
Spesso pensiamo che la nostra identità e la nostra storia vadano protette mettendole sotto una teca di vetro, immobili. Ma una città ferma non è una città storica: è un museo polveroso. Le città o sono dinamiche, o semplicemente smettono di essere città.
Anche quest’anno a Udine abbiamo aperto svariati cantieri. Lo so, la polvere dà fastidio, le deviazioni irritano, il rumore stanca. Ma un cantiere è il segno più tangibile di un organismo vivo che guarisce e cresce. È la differenza tra il “rifarsi il trucco” e una “cura ricostituente” vera e propria.
Nel 2025 abbiamo protetto il futuro: con le nuove Piazze e Strade Scolastiche abbiamo detto chiaramente che lo spazio davanti a una scuola serve ai bambini per ridere e correre, non alle auto per manovrare. È un cambio culturale enorme.
Abbiamo ridato respiro: non abbiamo solo piantato alberi (siamo a quota 1.300 in due anni!), ma con il Piano del Verde abbiamo iniziato a progettare una città che ci protegga dal caldo e dallo smog. I nuovi ciliegi e le aiuole depavimentate non sono decorazioni, sono salute pubblica.
Abbiamo ridisegnato la libertà: attivare il nuovo bike sharing, progettare e creare nuove ciclabili significa dare a ogni udinese la libertà vera di scegliere come muoversi, senza essere obbligato a prendere l’auto per comprare il pane.
C’è chi dice che questi cambiamenti tolgono qualcosa. Io dico che aggiungono. Aggiungono TEMPO, aggiungono SICUREZZA, aggiungono BELLEZZA.
Non sono cambiamenti immediati. Le cose di sostanza non lo sono mai. Sono cambiamenti organici.
C’è una frase di Adriano Olivetti che mi porto dietro in questo viaggio: “La città dell’uomo non è soltanto un ammasso di abitazioni, ma è un luogo dove la bellezza e la giustizia devono camminare insieme”.
Costruire questa bellezza richiede la nostra pazienza e il nostro coraggio. Il coraggio di scegliere il futuro invece di subire il presente.
Il mio augurio per il 2026 che faccio a me stesso e a tutti voi è proprio questo: non avere paura dei cambiamenti, né di quelli della città, né dei nostri personali. Siamo “cantieri aperti”. Siamo dinamici.
Proseguiremo con il coraggio delle scelte, anche quelle scomode, se servono a farci vivere meglio tra dieci anni e non solo domani mattina.
Perché il futuro non è un luogo dove stiamo andando, ma un luogo che stiamo creando noi, passo dopo passo (e marciapiede dopo marciapiede).
Buon anno a tutte e tutti voi.
Ci vediamo a Udine!



